cornice
precedente Dicembre 2018 successivo
lun mar mer gio ven sab dom
12
3456789
10111213141516
17181920212223
24252627282930
31

Concorso letterario

 

POESIA

 

1° premio - Rosa Mystica

 

Fiorì di notte

la rosa candida

e il calice si colmò

del nettare dell'aurora.

Il giorno si scioglieva piano

dai nodi delle tenebre

e il suo respiro

profumava di rose in boccio.

Nessuno recise gli steli

e il roseto divenne una foresta

screziata di luce.

Gli angeli vegliavano il suo fiorire

mentre l'aroma soave

saliva al cielo.

 

Gabriella Bianchi - Perugia

 

2° premio - Era Aprile era Maggio era chi lo sa...

 

Il cuore avvolto dal velluto

di una rosa rossa nera

profumata di limone

"l'aceto lo hai fatto quest'anno?"

L'agro di vino tinto dal fiore

per le verze e le patate

che si accendono imporporate

alla cena di noi di casa

"Certo che l'ho fatto"

A manciate strappavole corolle arrampicate

più in alto sotto il sole di Maggio

saopra il fico in tenere foglie

poi stipavo in bottiglie

e offrivo alla luce

che stampa la vita su ciò che colpisce

 

Questo era ieri

Ché adesso i secchi annientati boccioli

ancora rimangono pallidi al posto assegnato

Nel piatto dorato intorno al cero Vaniglia

Compagni che furono i soli

sul lucido legno di cassa in attesa

al Tempio che rende l'amore portato

in un'urna di grigia poltiglia

La rosa più bella di tutte

Regina

ho bruciato di notte

in un fuoco di ombra viperina

per sempre nel cielo reclusa

Come te

occhi blu nell'aria sciolti

E' finito l'aceto di rose

 

Pierangela Maglioli - Occhieppo Inferiore (BI)

 

3° premio - Le rose incompiute

 

Sulla rete nera corrono le agili dita;

segnanoscoppi di allegre risa,

sguardi ammiccanti,

segnano il lavoro delle ragazze in fiore.

 

L'ago dipinge rose rosse,

mentre sogni, speranze, amori, sgorgano dal cuore.

Rose rosse, gialle, senza spine...

gonfie di emozioni, bellissime!

 

La fretta della vita, però,

trascura con le sue urgenze anche le splendide rose.

Rimaste incompiute, giù,

nel fondo del vecchio cassetto...

 

Tanto calore mi invade

se sfioro il cuscino con le tue rose, mamma...

mentre cercavi la bellezza nella perfezione

mi lasciavi la gioia del tuo ricordo.

 

Maria Cecilia Santopinto - Terni

 

 

RACCONTO

 

1° premio - La rosa del tempo perduto

 

Quando si hanno dodici anni, occhi e sogni grandi, gambe nervose, trecce nere e si vive lontano dalla città, i giochi delle ultime sere di maggio sono solo di corsa. Si corre lungo il fiume, al calar del crepuscolo, a caccia delle prime lucciole; si inseguono le amiche per le strade del borgo, sui ciottoli umidi di rugiada; non si dà tregua ai gatti randagi che fuggono sugli olivi e ai conigli selvatici che spariscono nei cespugli.
 
Aglaia viveva con la nonna in un casolare antico, in un tempo che non so:  forse era ieri, forse sarà domani, forse è oggi che la sua storia inizia, ma io parlo al passato perché il passato è il tempo delle fiabe. 
 
Aglaia correva in una sera del maggio dei suoi dodici anni e le trecce saltavano sulle spalle sottili. Sapeva bene di aver superato l'ora del rientro e si preparava a subire noiosi rimbrotti sempre uguali. Cercando di recuperare il fiato ed aggiustandosi il vestito, attese davanti alla porta di casa che qualcuno, la nonna, la domestica, lo sguattero, le aprisse ed intanto si volse indietro per un'ultima occhiata alla campagna avvolta dalle prime ombre della sera. 
Fu allora che lo vide, solitario, in terra, e lo raccolse: un petalo di rosa, come tanti, eppure unico, dal colore cangiante, dal profumo delizioso, dalla strana luminescenza iridata.
Lo mise in una tasca e lì,  fra le lacrime della sgridata e gli abbracci del perdono, lo dimenticò.
 
La notte fu carica di incanti ed il risveglio, come ogni mattina, faticoso.
Sulla strada per la scuola, cercando in tasca una caramella, Aglaia si ritrovò fra le dita il petalo e non poté fare a meno di fermarsi ad osservarlo con attenzione perché non aveva mai visto un petalo di rosa che restasse fresco e vellutato, come appena staccato dalla corolla, dopo tante ore. Lo sfregò gentilmente fra due dita e il profumo la colpì ancor di più: fragranza così delicata non l'aveva mai sentita. 
Si disse che, se tale era il petalo, la rosa da cui si era staccato doveva essere un fiore splendido e raro e si ripromise di scoprirne il cespuglio per poter, lei sola, curarlo e coltivarlo.
Avrebbe strappato le erbacce alla base della pianta, sorvegliato che i coleotteri non divorassero i boccioli entrando, famelici, nel loro cuore, avrebbe protetto le coccinelle amiche che sterminano le uova degli afidi e ammirato i voli delle farfalle intorno a tanta bellezza.
E immaginava le grandi corolle luminose, dalle sfumature cangianti, portare gioia a lei, a lei sola. 
Avrebbe nascosto a tutti, anche alla nonna che le aveva insegnato l'arte di accudire i fiori, l'esistenza del suo tesoro e avrebbe dedicato la vita a scoprirne il segreto dell'eterna fragranza, forse chiave di accesso per conquistare agli umani il dono dell'eterna giovinezza.
 
Pensava così, Aglaia, sulla strada per la scuola, ragionava così, fra sé, durante le ore di lezione e meditò così per tutto quel giorno e per quelli dopo ancora. Mise la sua ricchezza in una scatolina d'argento che apriva spesso: il profumo le sembrava ogni volta più intenso e soave e la freschezza del petalo e la sua leggiadria degne di un re.
 
L'estate la trascorse a perlustrare giardini, prati, radure e boschi, campi e rive dei torrenti alla ricerca della regina delle rose, allargando sempre il suo raggio di azione, allontanandosi ogni volta un pochino di più dalla sua casa.
Tornava a sera con le mani ferite dalle spine dei rovi e con il cuore pesante per un'altra giornata infruttuosa. 
 
Passò l'estate, calò la nebbia d'autunno, scese la brina d'inverno, tornò la primavera e di nuovo l'estate. Le stagioni si susseguirono nell'ordinata generosità di fiori e frutti.
Aglaia divenne una giovane donna bella ed energica. Le trecce lasciarono il posto ad una massa di capelli elegantemente annodati sulla nuca, gli occhi grandi acquisirono profondità enigmatiche,  la voce si modulò in toni suadenti. 
Molti ragazzi del paese si fecero avanti con proposte di matrimonio, ma tutti furono respinti. Aglaia aveva chiaro il suo destino: voleva diventare una studiosa di botanica, la più famosa, e voleva scoprire il segreto del suo segreto, sempre celato nella piccola scatola d'argento e sempre con lei. 
Una sola volta il dubbio le sfiorò il cuore perché Gianlorenzo era coraggioso come un giovane lupo, bello ed innamorato fino alla pazzia. Le offrì tutto se stesso, i suoi beni, la sua dimora sull'alto del colle; respinto, abbandonò il paese e nessuno ne ebbe più notizia. 
 
Aglaia studiò a Padova e poi a Roma. I professori, entusiasti della sua dedizione ed anche incantati da quella severa bellezza, la considerarono un dono prezioso per la scienza e volentieri aprirono per lei gli orti botanici più antichi, i laboratori più aggiornati e i loro stessi scrigni di conoscenza.
 
Le rose erano la sua passione e, ormai, il motivo stesso del suo esistere. Cominciò a studiare e a catalogare in Italia, poi passò in Francia, in Inghilterra e da lì partì per un viaggio senza fine. Imparò tecniche di ibridazioni in Cina, si appassionò alle coltivazioni dei monti della Bulgaria, si calò nelle tombe dei faraoni, in Egitto, nella Valle dei Re, per visionare resti di ghirlande di rose usate come corone funebri.
Studiò il greco per leggere in lingua originale la prima catalogazione di Teofrasto, viaggiò nel deserto sulle orme del crociato  Robert de Brie che introdusse in Europa la profumatissima rosa di Damasco.
Navigò fino all' Île de Bourbon nell’ Oceano Indiano, alla ricerca del luogo di origine della Rosa x borboniana, fonte primaria del color rosso vivo di molte varietà.
A Kyoto, si dedicò allo studio della rosa rugosa, coltivata nei giardini giapponesi da oltre mille anni, apprezzata per il fogliame pieghettato e perché,  dopo la pioggia, emana un delicato profumo di mela acerba. 
 
Riprodusse rose per talea e per seme, creò ibridi sempre più raffinati, dagli aromi misteriosi.
Arrivò a contare  trentamila cultivar di rose ornamentali, molte delle quali, soprattutto le varietà più antiche, sopravvissute solo in giardini privati che spalancavano i cancelli di fronte alla sua fama di studiosa insigne. 
Il botanico tedesco Peter Lambert le dedicò una  varietà di ‘Centifolia’  la rosa moschata "Aglaia ", elegante cespuglio con i grandi corimbi di fiori dagli effetti teatrali.
 
Divenne sempre più ricca, sempre più illustre, sempre più sapiente, ma il mistero del petalo rimase tale ed inutile ogni suo sforzo per svelare la rosa alla quale era appartenuto.
Lo posò su un cuscino di velluto blu sotto una campana di vetro di Murano ed ebbe il posto d'onore nel salotto dalle immense finestre affacciate sul parco. A nessun domestico era permesso sfiorarlo. Ogni giorno, lei sola lo liberava dal supporto per poterne goderne il profumo e l'eterna freschezza. Misteriose gocce di rugiada apparivano sul petalo al far del mattino. Ad ogni nuovo viaggio, lo rinchiudeva nella piccola scatola d'argento che aveva fatto unire ad una sottile catena di oro bianco e lo portava con lei, appeso al collo, sul suo cuore.
 
Gli anni scivolarono via e, mentre la figura rimaneva alta e snella, il viso di Aglaia si ricamò di rughe sottili e gli occhi azzurri sfumarono in un verde color acqua piovana
E ci fu, infine, un giorno di maggio che la vide tornare, aggredita dalla nostalgia, al villaggio della sua infanzia.
Volle partire in treno, senza cameriera e senza autista; sotto la pioggia di primavera correvano paesaggi rivisti solo nei sogni e, all'arrivo, una macchina a noleggio la condusse al piccolo albergo del paese. 
 
Il cielo si stava rasserenando ed Aglaia non resistette al desiderio di una passeggiata pomeridiana fino alla sua abitazione di un tempo.
Non volle passare dalla strada principale, ma dal sentiero che conduceva al colle e da lì scendeva verso la casa che le era appartenuta e che aveva ceduto da molti anni a una coppia di inglesi innamorati dell'Italia; il pendio le sembro più lungo e faticoso di quanto non rammentasse e, in sommità, vicino ad una grande dimora ben curata, si sedette su una panchina per riprender fiato e per ammirare il paesaggio.
 
Una bambina sbucò da dietro un tiglio e le si sedette al fianco. 
- Signora, non ti ho mai visto qui. Chi sei? -
- Molti anni fa, quando ero una bambina come te, vivevo in quella casa laggiù, con tanti    camini sul tetto. Qui avevo amici un tempo; uno abitava in questa villa, ora mi ricordo, si chiamava Gianlorenzo, ma poi partì.-
La bimba sorrise : - Era il mio nonno, quel signore che conoscevi. Mi raccontava che era fuggito da qui per una delusione, aveva navigato in mari lontani per molti anni e poi era tornato, si era innamorato della nonna e si erano sposati. Ora sono morti tutti e due perché non potevano stare divisi nemmeno per un attimo. -
 - Piccola, - Aglaia parlò in un sussurro che si confuse nel vento - da dove proviene questo profumo di rosa? -
- Signora, è la nostra rosa rampicante, la più bella, la più antica. La curava personalmente il nonno e, nella stagione dei fiori, tutte le mattine coglieva un bocciolo per la nonna. Solo per lei. È una rosa che non sfiorisce mai e che ha petali sempre freschi. La vuoi vedere? È dietro la casa.
Aglaia restò in silenzio e poi si alzò. - No, bambina, non voglio vedere la vostra rosa, la conosco. Ora me ne vado, ma prima desidero lasciarti un ricordo del nostro incontro. -
Si tolse la catenina con il ciondolo d'argento e la passò al collo della bimba.
Scese dal pendio e non si volse indietro.
 
Maria Cristina Taddeucci - Albisola Superiore (SV)
 
 

2° premio - Nonna Rosa e il suo regalo

 

Non so quante volte me lo aveva raccontato. - Il grande amore della mia vita se lo è preso la guerra, ma se tu sapessi quant’era bello … - e sospirava. Nonna Rosa aveva quasi  cent’anni e ancora palpitava al ricordo del suo bel militare. Mio nonno invece era pragmatico, quando sentiva questa storiella ribatteva puntiglioso  - Proprio un bell’imbusto, partire senza lasciare nulla di se. Proprio uno così ti saresti meritata tu, altro che me. Sei un’ingrata! Ecco cosa sei- e cambiava stanza offeso.  Nonna Rosa non stava zitta - E che mi doveva lasciare, poverino, che e’ partito per la guerra ? E poi non e’ vero che non mi ha lasciato niente, Enrico era un’artista, un grande artista … -. - U artista della Domenica … - . - Non ti permettere sai. Quello sgorbio di quadro , come lo chiami tu, rappresenta me , giovane e felice , mica come ora...- . Seguivano almeno tre giorni di silenzi e di mus, ma i due sapevano bene che La Discussione sarebbe tornata.  La sala da pranzo  intanto stava chiusa. Io ero  fidanzata con Mario, un bravo ragazzo, squattrinato da generazioni  ma con un gran cuore. Le nostre ipotetiche nozze dipendevano dalle nostre uniche forze  e sebbene fossimo fidanzati da  tanti anni, l’idea di mettere da parte i soldi necessari per iniziare una vita insieme, ci sembrava sempre più ardua. Non pensavamo certo ad un matrimonio in pompa magna, ma serviva una casa, che poi avremmo dovuto arredare. Insomma, spesso io e il mio Mario ci chiedevamo quando e come sarebbe arrivato quel momento pure per noi. Una sera, era primavera, al nonno venne in mente di chiedere a Mario di rinfrescare la casa: - Cosa vuoi, io mi sono fatto troppo vecchio e se chiamo un’impresa chissà quanto mi prendono. Perché non ti industri tu Mario, quei soldi preferisco darli a te e se fai come ti dico, non sarà difficile, vedrai-. Mario ne aveva parlato con me e mi aveva avvertita che non avrebbe voluto un soldo dal nonno, decisi così di dargli una mano e nel primo fine settimana di sole ci presentammo vestiti da straccioni, pronti per dare il bianco. Nonna Rosa , che stava in piedi con il bastone, era riuscita comunque a prepararci squisiti manicaretti e noi, sotto la ferrea supervisione del nonno, avevamo  dato inizio ai lavori partendo dal bagno. Per mezzogiorno stavamo in cucina quindi la pausa pranzo si fece in sala. Non potete immaginare il trambusto di quella mattina e quando finalmente fummo a tavola, a Mario scappò di dire - Ma sapete che io qui non ero mai entrato? -.- E certo, questo e’ il mausoleo  e quello  là e’ il tabernacolo.- Disse il nonno indicando il quadro. Era una tela piuttosto grande nella quale era raffigurata proprio quella stessa stanza e sulla poltrona al centro, era seduta una bella ragazza bionda, con i capelli mollemente appoggiati sulle spalle, la bocca semiaperta in un sorriso accattivante, una mano sul petto e l’altra appoggiata su una  lunga gonna rosa  le cui pieghe nel tessuto formavano giochi di chiaroscuro. La ragazza aveva in mano un bocciolo di rosa. - E’ inutile che ricominci sai. Ero una bellissima ragazza e vedi caro Mario, questo quadro me lo fece il mio fidanzato di allora, era un grande artista sai. Si chiamava Enrico .  Poi partì per la guerra e non tornò più … -.-  E pace all’anima sua,  non diede più notizie e fu così che lei mise la prua su di me … Hai capito nella vita che succede? -- Senti non vorrai mica ricominciare vero? -.Mario era divertito dal siparietto dei miei nonni che invece a me preoccupava sempre un po’ perché  La Discussione, non si sapeva mai come poteva andare a finire. Mentre i nonni stavano facendo avanti e indietro Mario chiese :  - E mi dica signora Rosa, cosa teneva in quella scatoletta a forma di rosa che aveva in mano? La nonna chiese leggera - Quale scatoletta? Non e’ una scatoletta, era un bocciolo, un’allegoria al mio stato di fanciulla in fiore ecco - Fanciulla in fiore? - le fece eco il nonno dal corridoio -Si, fanciulla in fiore!- replicò  stridula la nonna .- -Ma no, dal disegno si vede che e’ una scatoletta, e’ tagliata a metà ed ha pure un piccolo bottoncino dorato, vedete? - Fin dai tempi della scuola, Mario mi aveva sempre stupita per il suo acume, soprattutto per quanto riguardava i particolari. - Ma che dici Mario, quale scatoletta? - replicò la nonna dopo aver posato i piatti sul tavolo ed essersi avvicinata al dipinto. -Vede signora  Rosa- indicò Mario con l’indice.- Oddio, ma non ci avevo mai fatto caso, e’ vero sai, e’ una scatoletta, proprio una piccola scatola a forma di Rosa. Ah quel ragazzo … - Sospirò la nonna compiaciuta. Poi rivolta a mio nonno - Vedi, Io lo avevo sempre detto che aveva intenzioni serie nei miei confronti. Eravamo innamorati. Lui in questo quadro ha voluto raffigurarmi con un dono in mano. Chissà cosa avrebbe voluto metterci in quella scatoletta … - Il nonno sembrava davvero spazientito - Hai capito Mario? La prossima volta che vuoi fare un regalo a mia nipote, le fai un bel disegno con una scatola in mano ed e’ fatta! Il mondo e’ dei furbi caro mio. Ora stai a vedere che quello là con un bel disegnino le ha fatto il regalo e io invece che non ho perso un compleanno , un anniversario,  una ricorrenza del piffero qualunque,  io sono quello da meno. Ma ora basta,  quant’e’ vero che mi chiamo Giovanni Seppia!-- E vai che sei proprio una seppia, butti nero tutte le volte che puoi ! Ma possibile che ti devi sempre mettere in mezzo tu? Il ragazzo ha notato una cosa che noi, te compreso che dici di aver avuto sotto gli occhi quest’opera per tutta la vita, non avevamo notato, ecco tutto.- L’opera, avevamo l’opera noi, ma vai và … - .-Senta signora Rosa, ma lei quindi non ha mai avuto tra le mani questa scatoletta  se non ho capito male?- -No caro, mai. E’ stato solo un pensiero della buonanima -  disse mandando un bacio al quadro e facendo uscire il nonno dalla stanza. -Mmmmmhhhhh … interessante- esclamò Mario.
- Vuoi combinare qualche altro guaio? Guarda che quando questi due affrontano La Discussione, potrebbero tirarla alle lunghe, che ti credi? Il vaso di Pandora e’ una bazzecola in confronto … - Mario mi sorrise  e andò a riprendere il nonno per portarlo a tavola. Il pranzo continuò in silenzio , poi Mario disse serio - Credo di sapere dove  ha messo il regalo! -  - Che regalo? - chiesi stupita. - Chi ? Quale regalo? - chiese il nonno che ormai era in piedi al centro della stanza. L’unica che aveva capito e guardava stupefatta e muta Mario era nonna Rosa. - Vedete, c’era qualcosa che non capivo. Perché l’aveva ritratta con un regalo in mano se  sapeva che doveva partire e non l’avrebbe forse rivista? - Perché era un furbo, ecco perché!- sentenziò il nonno -Non credo, tant’e’ vero che nessuno di voi si era mai accorto della scatola. Credo invece che  questo quadro sia una specie di caccia al tesoro nel quale si possono trovare tutti gli indizi per trovare il regalo.- Una caccia al tesoro- Disse la nonna sillabando.- Si, una caccia al tesoro molto semplice però perché ci sono solo due indizi : La scatola e la mattonella.- Quale mattonella? - Chiese la nonna che ormai si era avvicinata a Mario e lo teneva per un braccio come se avesse paura di perdere lui con tutto il  segreto.- Quella! - e Mario indicò una mattonella del pavimento raffigurata nel quadro. Questa mattonella non segue il disegno del pavimento ma e’ montata al contrario, mentre qui, vedete? Le mattonelle sono tutte al posto giusto. Secondo me il regalo e’ sotto alla mattonella storta. - Non avete idea di cosa poté succedere dopo quell’affermazione. La nonna si guardò intorno smarrita, il nonno iniziò a guardare il quadro desiderando che prendesse fuoco solo per telepatia, Mario iniziò a calcolare dove fosse il punto esatto ed io me ne stavo là con la bocca aperta a guardare il mio fidanzato come un novello Sherlok Holmes. Dieci minuti dopo, bastò un semplice coltello da cucina per alzare la quarta mattonella d’angolo, un lieve scricchiolio , un mucchietto di polvere ed ecco, un buco scavato nel pavimento con un piccolo pacchetto. La carta ingiallita ed ammuffita era legata da un filo che toccandolo venne via a pezzi. Marco mise nelle mani della nonna un involucro dal quale si intravedeva una piccola scatola un po’ arrugginita a forma di rosa. La nonna la tenne in mano incredula e una lacrima le scese lenta sulla guancia. - Me lo aveva fatto il regalo, e’ vero! E’ questo!- Il nonno muto osservava la scena ma un bagliore liquido negli occhi  me lo fece sembrare meraviglioso. - Si, e’ vero nonna. E’ il tuo regalo, aprilo.- La nonna ci fece segno di aspettare. -Lo vorrei aprire da sola, vi dispiace?- Lasciammo la stanza e ci trovammo  in cucina a prenderci cura del nonno che ora piangeva apertamente.-Ma che ti prende? Non e’ successo nulla, dai-. -  Non so cosa le avrei regalato per vedere nei suoi occhi la luce di poco fa, ma non fa niente, l’importante e’ che lei sia felice. Ma mi mancherà sapete, mi mancherà davvero.- Che cosa nonno? Che dici? La nonna non andrà da nessuna parte … -.- E ci mancherebbe pure che se ne andasse ora… mi mancherà La Discussione.Non abbiamo mai litigato per altro, ora solo Dio sa  cosa ci dovremo inventare.- Mentre io e Mario  lo stavamo abbracciando , la nonna fece la sua entrata in cucina. Era raggiante.- Dentro alla scatoletta doveva esserci un fiore, perché io ho trovato solo un po’ di polvere e vostro nonno ha avuto ragione per tutti questi anni, che volete, così va la vita. Gli diede una piccola carezza sulla spalla e un bacio in fronte così lui tirò un sospiro di sollievo.- Tutto questo baccano per un fiore, ma ne e’ valsa la pena. Avevo ragione io.  Ci sono voluti quasi ottant’anni ma alla fine la verità ha trionfato. Quello era un quaqquaraquà.- Il giorno dopo la nonna mi chiese di portarla dal pedicure per il solito appuntamento, l’andai a prendere e la trovai particolarmente in ghingheri . Salita in macchina  iniziò subito ad agitarsi – Vai, vai veloce, via de Carolis , all’oreficeria Casaregis, vai vai vai.- Ma che dici nonna? Dobbiamo andare dal pedicure-.- Ma che pedicure dei miei stivali, nella scatola c’era questa nocciola- e  aprì la mano mostrandomi un brillante giallo grande come una nocciola. Il nonno non lo seppe mai e anche quando io e Mario comprammo la nostra casa , un po’ titubante dovette credere ad un colpo di fortuna. Ora il quadro della nonna è nella nostra sala  e là resterà a sempiterna memoria.
 
Laura Pace - Genova
 
3° premio - La rosa blu
 
C’era una volta una giovane donna di 25 anni, la maggiore di una famiglia di sette figli. Amante dei fiori, i suoi genitori le offrirono una piccola serra in occasione del suo compleanno. Florine, era il suo nome, ma la chiamavano Flo, vi trascorreva delle ore intere senza accorgersi dello scorrere del tempo e i suoi genitori si domandavano se avessero fatto bene perchè da allora ella non usciva più, non incontrava più i suoi amici. Si era chiusa in questo piccolo mondo che la rendeva bene ! 
 
Un giorno, nel momento in cui si applicava a fare diverse talee il cielo si fece minaccioso ed una pioggia diluviante si abbattè sulla serra  fracassando le sue pareti sottili di un rumore folle. Florina si tappò le orecchie  tanto il rumore era assordante. Poi la grandine si mise a colpire la serra sempre più forte. Bisognava uscire al più presto, la situazione si faceva pericolosa. Florina dispiegò il suo impermeabile previsto per la situazione, l’indossò e si precipitò in casa in tutta fretta.
 
Ritrovò la quiete della casa famigliare rimpiangendo di non aver potuto terminare il suo lavoro e preoccupandosi per le piante rimaste dentro la serra. Dalla sua finestra, il cuore chiuso, scorgeva appena la serra tanto le raffiche erano forti. Il vento e la pioggia si mescolavano facendo piegare gli arbusti fino a terra mentre gli alberi resistevano al rischio di cadere.
 
La calma infine tornò ma la notte era già là « Tanto peggio, si disse Florina, domani andrò a vedere ». Quella notte il sonno fu turbato da una moltitudine di sogni. Vide i suoi semi erigersi di colpo disputando tra loro, rumorosamente….Che frastuono ! Si vedeva poi correre in un campo di fiori dai mille colori e dal profumo inebriante…. 
 
Al mattino presto Flo aveva una sola idea in testa, andare a vedere i danni ! Presto si vestì e corse in direzione della sua serra che era sempre là, in piedi, eroica. All’interno il pavimento era bagnato a tratti ed alcune piante erano state innaffiate loro malgrado. Flo sollevò la testa, chicchi di grandine avevano forato il tetto e il suo sguardo fu attirato da piccole pietre di un blu-grigio. Da dove venivano ? ne prese una nella sua mano girandola in tutti i versi poi la posò di nuovo. Probabilmente erano la da prima, forse portate da una pianta o da un animale, « io non le avevo mai viste » pensò Flo. Finì di fare quel che aveva cominciato il giorno prima, prese uno sgabello, colmò i piccoli buchi con l’aiuto di carta da imballaggio e adesivo, mise un po di ordine, richiuse la serra ed andò a preparare qualche basamento nel giardino in vista di accogliere i suoi giovani protetti..
 
I giorni passarono, la primavera si insediò definitivamente e  le fece dimenticare questo triste episodio. I fiori cominciarono a sbocciare ed ella vide la prima farfalla dell’anno, piccola, di un blu-lavanda..  
 
Un giorno mentre finiva di rinvasare alcuni vegetali scorse sotto il tavolo ai suoi piedi una pianticella che aveva messo le radici. Flo si chinò a guardarla da più vicino, misurava circa venti centimetri , il suo stelo aveva delle spine, « Guarda, nascono delle egantine (rose canine) nella serra », si disse, un sorriso all’angolo delle labbra. Prese delicatamente la pianta, la mise in un vaso e la innaffiò. Prese cura soprattutto di non separarla dal ciottolo nel quale si erano incastrate le radici  « starai meglio qui » disse Flo, indirizzando un colpo d’occhio alla pianta che fremette di gioia, almeno è ciò che  Flo credette di notare ! « Sei contenta ? Anch’io. »
 
Ogni mattina Flo intratteneva legami con la sua protetta, vezzeggiandola, parlandole, raccontandole delle storie.  La pianta sembrava comprendere chinando la testa, raddrizzando il suo  portamento a volte tremolante, ma la cosa più sorprendente era la velocità con la quale la pianta cresceva. In meno d un mese triplicò la sua altezza e già dei germogli cominciavano a nascere, il suo fogliame blu-turchese non era affatto comune « Oh te ! Non so chi tu sia ma sei molto bella » le disse Flo e in quel preciso istante credette di sentire « Grazie Florina » Flo scoppiò a ridere « ah ah ah ecco che ora sento delle voci »
 
Un altro giorno, mentre puliva le tavolette della serra sentì dietro di lei una presenza ; si volse ma non vide nessuno, tuttavia uno strano sentimento le diceva il contrario, qualcuno la guardava, ne era sicura. Posò il suo straccio e si girò bruscamente. E là ci fu una immensa sorpresa. Una rosa superba sembrava sorriderle. Flo era stordita, non soltanto  il giovane roseto fioriva già, ma in più le rose che offriva erano blu, un bel blu-magellano. Mai aveva visto ciò, era semplicemente magico. Meravigliata e diffidente allo stesso tempo si avvicinò al roseto.  Più avanzava verso di lui più sentiva una felicità invaderla : era dovuta al suo dolce profumo muschiato ? I petali delle sue rose formavano altrettante bocche sorridenti : « buongiorno Florina ! » credette sentire Flo, aggrottò le sopracciglia « io sogno » disse tra se. « No tu non sogni » risposero in coro le rose. Impaurita Flo fece un passo indietro ma il roseto la attirò a se : « vieni ti racconterò la mia storia ».»
 
« Molto tempo fa, lontano da qui anni luce, io vivevo felice fra i miei. Eravamo una moltitudine di fiori di tutti i colori, di tutte le forme, di tutti i profumi. I più forti proteggevano i più deboli, i più giovani aiutavano i più vecchi, i genitori allevavano con amore i loro figli e i figli a loro volta contraccambiavano il loro amore
 
            Una pioggia sottile ci innaffiava ogni giorno ed ogni mattina il sole ci carezzava con i suoi dolci raggi facendo schiudere migliaia di nuovi fiori. Il suolo ci nutriva e la rugiada ci rendeva ancora più belle adornandoci di graziose perle traslucide.
 
           I messaggeri d’amore danzavano il valzer al di sopra delle nostre teste e si posavano delicatamente su di noi, poi ripartivano per compiere la loro missione. Gli insetti, le farfalle, le api, gli uccelli, gli animali erano felici e anche noi.
 
          Ma un giorno il suolo si mise a tremare molto forte, il cielo divenne nero, il sole sparì. Giorno dopo giorno noi speravamo di rivederlo ma la situazione non migliorò. Il freddo si installò e la luce ci mancò crudelmente. Le piante abbassavano la testa e le foglie impallidivano poi si rincartocciavano su se stesse.  Molti, vedendo arrivare la loro fine, tentarono un’ultima fioritura seminando il loro seme in un ultimo sforzo.  Gli animali spaventati divennero rari, i messaggeri non avevano più missive da trasmettere. I giorni passarono e la vita si spense sul nostro pianeta, che a sua volta disparve in un’esplosione fracassante.. 
 
          E’ così che dopo molti anni di vagabondare io fui proiettato sul pianeta blu : la Terra. 
 
Flo ascoltava attentamente poi quando si interruppe gli domandò :  « Che ne è stato degli umani del tuo pianeta ? » Egli rispose : « Gli umani ? Vuoi dire gli individui che ti somigliano ? » Flo scosse la testa « si » « Ebbene in tutta la mia esistenza io non vi ho mai visto o forse avevano un’apparenza diversa, un animale, io non so ! Ma cos’è propriamente un umano ? » « Oh un umano è qualcuno che riflette, che può fare il bene o il male » « Cosa vuoi dire ? » « Che è capace di amore e di odio ma è intelligente, riflette ». « Ma noi siamo tutto ciò. Noi amiamo, noi odiamo, noi riflettiamo anche ! Meglio noi presentiamo le cose ! » Flo si mise a ridere : « ma no, voi, le piante, non sapete che crescere e ricominciare il vostro ciclo, riproducendovi, voi non fate che…. » Egli l’interruppe : « Flo non sogni anche tu di incontrare il principe azzurro e dargli dei figli ? » Ella lo guardò perplessa : « Io dò la vita a numerose piante » «  Si, sicuramente, ma non sono le creature dell’Essere amato ! »
 
Mai Flo aveva pensato a ciò. Ella aveva 25 anni e la sua passione erano le piante e niente altro. E poi la vita era così dura, perchè mettere al mondo dei figli, ci sono tanti infelici sulla terra : La vita era già complicata, perchè complicarla ancora di più ? Amare ? Amare chi ? Il tempo giocava a suo favore : Vedrà bene al momento giusto.
 
Il roseto indovinò il suo pensiero : « Florine, la vita è  breve sul tuo pianeta, il tempo scorre veloce ! » poi tacque richiudendosi in se stesso come deluso. Flo uscì dalla serra turbata quel giorno.
 
L’indomani quando ritrovò il suo roseto vide che aveva cambiato aspetto ; le sue rose di un blu-pastello somigliavano a dei garofani e un profumo delicato di lavanda ne sprigionava. Istantaneamente Flo si sentì più leggera e si mise a parlare  al suo amico di tutto e di nulla. 
 
Ogni giorno il roseto cambiava aspetto ed offriva a Flo uno spettacolo magnifico. A volte le sue rose erano semplici, a volte doppie. A volte piccole, a volte grosse, a volte a grappolo formavano come un mazzolino. I petali erano dentellati, incurvati, arrotolati si declinavano in tuti i toni del blu passando dal cielo alla notte. Quanto ai profumi erano tutti differenti ma tutti apportavano una profonda serenità. 
 
Una mattina uno dei suoi fratellini la raggiunse nella serra piangendo. Sua sorella gli aveva rotto il suo giocattolo preferito : Flo lo prese nelle sue braccia e lo cullò, ma era inconsolabile. Il roseto che li guardava cominciò a muoversi e le sue grosse rose di un blu-azzurro, in quel giorno, si misero a dondolare con la loro cima, ciò attirò l’attenzione del piccolo. Un profumo di mughetto e di cannella si sparse nella serra e i pianti del bambino si tramutarono in  lacrime di gioia Il bambino si mise a ridere, aveva dimenticato il suo dolore. Flo comprese allora che il suo roseto era miracoloso e che aveva il dono di calmare l’animo, di consolare, di rendere felici e di placare i rancori 
 
Il roseto un giorno le disse : « portami nella tua casa, voglio conoscere i tuoi ». Fece ciò il giorno stesso. Venne così a troneggiare nel salone offrendo ogni giorno fiori nuovi e diffondendo i suoi profumi che non erano mai gli stessi. Non ci furono più dispute tra i suoi fratelli e sorelle, erano buoni, ordinati e si aiutavano reciprocamente. Il padre partiva ogni mattina per andare al lavoro fischiettando e la mamma cantava attendendo ai suoi lavori domestici, in breve la felicità regnava nella casa. Gli amici che rendevano loro visita ripartivano con il cuore leggero pieni di coraggio e felici, tanto che tornavano spesso. 
 
Un mattino il roseto color blu-acciaio in quel giorno disse a Flo « Se tu lo vuoi puoi portare la felicità e la gioia di vivere offrendo uno dei miei ramoscelli agli umani che ne hanno bisogno » e le tese uno dei suoi rami. Flo lo ringraziò, tagliò il ramo e corse a metterlo in vaso. Quale sorpresa nel vedere il giovane ramo fiorire appena trascorsa una settimana ! 
 
Flo sapeva a chi dare la pianta, alla sua giovane amica Violetta, sofferente, che non lasciava più la sua camera da molti mesi. I genitori erano costernati e non sapevano più che fare. Il padre si era rifugiato nell’alcool e la madre piangeva spesso. Flo offrì il giovane roseto alla sua amica che pateticamente lo posò al suo capezzale  Per questa occasione si era dotato dei suoi più begli ornamenti e dal momento in cui si fu installato dischiuse i suoi boccioli che formarono un enorme  mazzo di rose-pompons di un blu-elettrico. Violetta era meravigliata e lacrime di gratutudine calavano lungo le sue guance pallide. Portò una delle sue rose al naso e l’odore di agrumi vivificante che ne scaturiva la penetrò istantaneamente. Flo osservava in silenzio la magia che si operava sotto i suoi occhi .Il viso di Violetta si animava, un sorriso apparve, le sue gote si colorarono, i suoi occhi ritrovarono il loro splendore. Flo l’abbracciò e rientrò in casa debordante di gioia, sapeva da quel momento che la sua amica sarebbe stata meglio. Infatti Violetta recuperò la sua salute. Suo padre cessò di bere e sua madre riacquistò la pace interiore. 
 
Flo non aveva dimenticato le sue prime discussioni con il roseto. Ci rifletteva spesso e sapeva spesso perchè non sperava più nell’amore : non credeva più nel genere umano. 
 
Un mattino si svegliò con un’idea folle. Fece molte talee del suo roseto che installò nella serra e alcuni giorni dopo, quando furono pronte a fiorire le inviò a tutte le mogli dei capi di stato. Il miracolo si compì. Non ci furono più guerre, più dispute, più infelici, meno malattie, anche meno poveri. Perfino gli animali avevano meno paura degli uomini: il mondo viveva infine in armonia.
 
Molti tentarono a loro volta di coltivare rose blu ma solo Flo aveva questo potere e continuava ad offrire i suoi roseti a coloro che ne avevano bisogno e finchè durarono la felicità e la pace regnarono sulla terra.
 
Alcuni anni dopo, era un bel giorno di maggio, Flo incontrò infine l’eletto del suo cuore che riconobbe subito dalla sua camicia blu : Invitò il suo principe nella serra per presentargli l’autore della sua felicità, ma, incredibile il roseto blu miracoloso era scomparso. Aveva aiutato Flo a crescere, le aveva insegnato la gioia della condivisione, l’amore per gli altri e la speranza di un mondo migliore.
 
Fatima Bouzidi Hasnaoui - France